Sono le 3.32 del 6 Aprile 2009. Un paese trema nel cuore della notte, piange le vittime di un'apocalisse annunciata e si ritrova poi alla mercè di mascalzoni e sciacalli, mentre tramano nell'ombra, inumidiscono gli incisivi, se la ridono sfregandosi le mani, pregustando la ghiotta e irripetibile opportunità della ricostruzione. Un'Italia irriconoscibile, a tre facce e forse anche di più. In vetrina, si vous plais, alla selezione ufficiale dell'ultimo festival di Cannes: l'esportazione di una bella cartolina sporca di fango. Anticipato dai malumori e dai mal di pancia dei rappresentanti dello stato italiano offesi dal pessimo servizio reso alla nazione, paese del sole e del mare, terra di naviganti, di cognati e di parenti, "Draquila", ultimo reportage per il grande schermo realizzato da Sabina Guzzanti (che a questo punto pare legarsi con forza al format di Michael Moore), assottiglia ulteriormente la barriera fra satira e informazione senza filtri. A conti fatti ruba situazioni e svela anomalie che gli ufficiali organi di stampa hanno plasmato a placimento per dare al paese un'immagine distorta degli eventi accaduti. E, fra qualche spiritosaggine eccessiva (la Guzzanti che si camuffa da Berlusconi annunciando che il terremoto dell'Aquila ha fatto registrare il picco d'ascolti) e l'introspezione di un cinema verità che avanza con passo incerto sulle macerie di un paese fantasma, l'autrice si avvicina con discrezione al suo popolo ferito. Il panorama è straziante: è vero che la protezione civile con coraggio e umanità si è mobilitata con straordinario impegno sui luoghi della catastrofe. Ma nella notte del sisma c'erano solo pochi vigili a fronteggiare le numerose chiamate dei cittadini e la tragedia era nell'aria: l'incremento di scosse nei giorni precedenti, l'inesistenza di un programma d'evacuazione, la popolazione rassicurata con false informazioni che pesano più dei sensi di colpa. La Guzzanti. nell'impossibilità di ottenere le dichiarazioni di Bertolaso, si avvicina alla tendopoli dove vige la legge marziale: difficile entrare, impossibile uscire. Sorvegliati dai militari, intimiditi e diffidati dall'esprimere una pacifica protesta (sono banditi gli striscioni a base di impazienza), gli aquilani sopportano e masticano amaro e devono fare a meno di caffè e Coca Cola: perchè possono tenerli svegli. Il centro storico sgomberato da anime e rumori è lontano, ma è regolarmente illuminato. I più anziani sono stati inviati a spese dello stato negli alberghi della riviera. L'Aquila bella trattiene a stento il respiro nella notte umida, ma c'è anche chi non c'è l'ha fatta a varcare la soglia e non è riuscito ad abbandonarla. Il professor Colapietra, ad esempio, che continua a resistere nella sua abitazione osservando dal balcone le case vuote e uno scenario surreale. E mentre nelle disabitate tende del Partito Democratico si contano solo gli avanzi di un panino con la frittata e qualche rivista di cinema, sul luogo del disastro continuano a svolazzare i vampiri con mantelli che portano tristi presagi. Il resto è storia recente: le poche case restituite (in comodato?) ai pochi fortunati con tanto di biglietto di congratulazioni e spumante italiano in fresco, il G8 trasferito dalla Maddalena a L'Aquila con un esborso di quasi duecento milioni di euro a carico dei contribuenti, la protezione civile che fra decreti lampo e leggi notturne viene trasformata in holding...
La difficile reperibilità di una pellicola che sarà oculatamente tenuta al bando dalla piccola scatola magica riapre ferite tristemente note: se l'informazione non ti arriva, è un dovere andarsela a cercare. Ma la forza del cinema di denuncia (si chiama ancora così?) ritrova la sua essenza per controbattere una democrazia addormentata. Le ritorsioni concettuali della propaganda avversa tendono pugni chiusi ad una pagina, discutibile ma pur sempre pagina, di giornalismo necessario. Inequivocabilmente a tesi, "Draquila" parte a razzo con un prologo sovraccaricato da combustibile antiberlusconiano (come alcuni precedenti lavori della Guzzanti) per schiudersi in un'analisi istintiva, ravvivata dal comune buon senso che si scrolla di dosso l'ideologia per congiungersi, attraverso la commozione, con i principi elementari di civiltà. L'autrice filma la protesta ma anche la gratitudine di poveri disgraziati che identificano nel presidente del Consiglio i poteri assoluti (fra questi, forse, anche taumaturgici) dello Stato Italiano. Fra onnipotenza e management che reggono le fila di un paese sfatto dall'interesse e dal profitto, ogni cosa è asfaltata: anche la perduta innocenza di un popolo strappato con forza e indifferenza dalle proprie radici. Inscatolati in progetti di "new town" che sono una bestemmia per una città d'arte, gli abruzzesi si dividono l'odio e l'amore verso la nazione che li tutela sotto lo schiaffo dell'asservimento. E non resta molto oltre il segno della croce (per chi ci crede). Animato da immagini e situazioni forti (tragico il colloquio col giornalista di Onna che deve convivere col senso di colpa di aver perso i suoi due figli perchè informato male), è un film che prende lo spettatore per il bavero ponendolo davanti al grigiore della coscienza. Un documentario che riesce a riportare il cinema al suo potere immenso e che potrà, forse, risultare inaccettabile per coloro che diffidano dalle strumentalizzazioni. Innegabile, comunque, l'efficacia e l'interesse tenuti a corda tesa da una vocazione giornalistica che va quasi sempre a segno.
Cinema Splendor, Bari - 14 Maggio 2010 (Barisera) |