Avere i biografi ai propri piedi quando si è ancora in vita è un onore concesso a pochi, ma è un privilegio che Diego Armando Maradona dovrà comunque condividere suo malgrado con colleghi illustri come Crujiif, Pelè e George Best. Delle loro esistenze il grande schermo si era già preoccupato negli anni passati. Raccontare la vita di un campione, ricomporre i tasselli profumati di gloria mescolandoli con quelli maleodoranti del declino umano e professionale è quanto di più cinematografico ci possa essere. E' fondamentale, qualora la biografia si privasse del taglio documentaristico, adottare strumenti attendibili, ben distanti dalla mistificazione del racconto di fantasia che spesso si rivela un'arma impropria. Le storie di questi eroi che hanno imbevuto le loro maglie con gli umori di spalti in delirio, del resto, hanno diari con pagine infinite e molte fra queste meritano d'essere strappate. Quella di Maradona poi, il ragazzino di umili origini arrivato a Buenos Aires da Corrientes che a soli 17 anni avrebbe giocato in serie A per poi approdare in nazionale, è davvero una storia particolare. L'ultimo film di Marco Risi (sei anni di inattività) pesca a caso nella sua esistenza adottando la sobria (ma non sempre felice) alternanza di fatti recenti con salti temporali nel passato. Il piccolo Dieguito si sveglia nel cuore della notte per dare qualche calcio al suo inseparabile pallone; ma è una buia notte piovosa e il ragazzino precipita accidentalmente in un pozzo di acqua putrida dove rischia di annegare. E' il flashback ricorrente cui ci toccherà assistere spesso in occasione di futuri sviluppi. Eccolo il nostro eroe nelle giovanili degli Argentinos Juniors (cebollitas) a soli dieci anni: un fenomeno che svuotava di qualsiasi senso la competizione con gli avversari, tanto era difficile da marcare. Poi il passaggio per cinque anni nella prima squadra (116 goal in 166 presenze), fino alla determinante cessione al Barcellona nel 1982. Qui Diego comincia a conoscere la cocaina e le scappatelle occasionali, mentre la sua compagna Claudia assiste impotente al suo repentino cambiamento. Il timido e introverso ragazzo della porta accanto è sparito, Diego mostra il petto e si pavoneggia nell'arena gremita che grida il suo nome.
E poi il suo arrivo in Italia nel regno di Napoli in una calda giornata di luglio del 1984 dove nello stadio San Paolo 70000 spettatori pagarono il biglietto (caso unico nella storia) pur di vederlo palleggiare per cinque minuti con i colori sociali al collo.
Qui “el pibe de oro” fu incoronato a furor di popolo “''O re”: sette anni di alti e bassi, due scudetti e nel mezzo di questa avventura italiana la straordinaria esperienza di Messico 1986 dove trascinò letteralmente per mano la sua nazionale alla conquista della coppa del mondo. Maradona consegnò alla storia due goal indimenticabili: la corsa ad ostacoli da centrocampo verso la porta avversaria (puntualmente violata) e il famigerato ma invisibile colpetto di mano, che lo stesso campione attribuì ad una volontà divina (“mano de d10s”, occhio alla voluta composizione alfanumerica del termine). In realtà quella sfida ebbe significati e rivalse che andarono oltre il limite sportivo. Diego stava riscattando un popolo, un'identità nazionale a colpi di gloria. E fu una delle tante battaglie vinte.
Poi arrivano i terribili anni '90: il mondiale italiano perso in finale (che il racconto omette), l'allontanamento furtivo da Napoli nel 1991 per problemi di doping, il declino e l'insoddisfacente trasferimento a Siviglia. Senza Napoli, senza più anima. Da quel momento Maradona avrebbe dovuto accontentarsi del suo passato; di lì a poco la vendetta delle autorità federali sarebbe sopraggiunta con lo scandalo dell'efedrina nel suo ultimo mondiale (USA 1994), per il quale il campione riuscì a recuperare lavorando duramente. E poi altri disastri, la dipendenza sempre più forte dalla cocaina, fino allo spaventoso malore del 2004. La storia continua, è in costante aggiornamento. Il re stavolta è nudo nella totale innocenza (o incoscienza) della sua comune umanità.
Gianni Brera lo dipinse come “un divino scorfano”: tanto talento calcistico in un fisico sgraziato e tarchiato, che portò il credo calcistico in giro per il mondo. Nessuno ha mai appurato se davvero ci fosse stata una mano divina dal cielo nel momento decisivo della sua carriera. Eppure la droga che segnò per sempre il suo destino non migliorò mai nessuna sua prestazione, il solo pensiero è una bestemmia: Maradona sarebbe stato un campione comunque, era già tutto scritto.
Venerato dal coraggioso Marco Risi che pur di vedere la sua opera realizzata si è catapultato in una anomala e insolita coproduzione italo-spagnola (con attori semisconosciuti che svolgono un compito da anonimi caratteristi), l'eroe protagonista trova in Marco Leonardi un interprete straordinariamente autentico che oltre nelle fattezze fisiche riesce a dare credibilità alle movenze e agli atteggiamenti di questo personaggio. Dovendo concentrare in due ore scarse circa quarant'anni di vita il film è destinato comunque a dividere deludendo le aspettattive dei più esigenti. I confratelli del “Te diegum” storceranno sicuramente il naso e avranno di che lamentarsi.
Perchè nonostante le buone premesse la pellicola resta soffocata da alcuni meccanismi tradizionali da fiction che prevaricano con un fastidioso taglio televisivo (tant'è che il film sembra un numero zero di un progetto più lungo da realizzare). E' un peccato veniale, ma anche un'anomalia sempre più frequente. Tutti i comuni mortali meritano un viaggio sulle montagne russe di questa vita esistenza oltre ogni limite (è in arrivo anche il documentario alternativo di Emir Kusturica). Ancora una volta viene fuori involontariamente l'infelice destino del linguaggio cinematografico che ormai si esprime a fatica. Suo padre Dino un tempo affermò: “La televisione vive di cinema, ma il cinema muore di televisione”. Sotto certi aspetti infatti (vedi il poco originale espediente del flashback) si ha l'impressione che questo storico crimine si svolga stavolta nell'impotenza generale.
Cinema Adriano, Roma - Marzo 2007 (Barisera) |