Operativo nella lussuosa residenza "El Cigarral" di Toledo trasformata in clinica privata, il dottor Robert Legard (Antonio Banderas), brillante chirurgo plastico, si diverte a fare esperimenti sulla pelle. Ne sintetizza la composizione, studiandone le alterazioni, affinchè nella sua nuova creatura si possa impiantare un'epidermide resistente alle minacce esterne. Le ricerche sono motivate da un tragico lutto: la moglie sfigurata qualche anno prima in seguito alle gravi ustioni conseguenti ad un gravissimo incidente stradale. Ma ci sono verità nascoste che l'intreccio non tarda a mettere in evidenza grazie alla scomposizione temporale e all'utilizzo dei flashback. Uno stupro avvenuto durante un party, vittima sua figlia Norma, con l'aggressore impunito e il padre giustiziere che si fa borghese piccolo piccolo, risolvendo in cinque minuti una pratica che avrebbe avuto, in alternativa, dieci anni di lungaggini in tribunale. Ma la vendetta stavolta è un piatto tirato via dal congelatore: al criminale che si è portato via in un attimo innocenza e stabilità mentale della sua unica figlia, il dottore gli fa una bella vaginoplastica. Quando il delinquente si risveglia e realizza, capisce di non avere scampo e si adegua, suo malgrado, al nuovo destino di donna. In trappola, sorvegliato da telecamere, a poco a poco l'ospite indesiderato si trasforma in una ragazza bellissima. E il dottore ritrova un inatteso cambio di destinazione d'uso della sua preda. Amore e morte anche stavolta si stringeranno in un abbraccio fatale.
L'Almodòvar touch colpisce ancora. "La pelle che abito" è un oggetto scomodo che sottopone lo spettatore ad un paziente e forzato recupero di fiducia che procede, gradualmente, con gli sviluppi improvvisi della vicenda. Il film ha uno slancio noir e ben si adegua al romanzo di Thierry Jonquet che lo ha ispirato, poi però vira incredibilmente nel dramma sentimentale passando per tutte le stazioni dei generi: fantascienza, horror, commedia. E' ovviamente imbevuto del cinema del passato, permeato dalla costante cifra passionale del regista catalano, calato anche stavolta nel mondo oscuro della mutazione. I sensi tornano ad ossessionare l'autore, attraverso il gioco del ribaltamento dei ruoli (uomo-donna, vittima-carnefice). Esteticamente impeccabile, grazie al contributo del suo staff abituale (bellissima la fotografia di Josè Luis Alcaine), è una pellicola che riesce ad emozionare nonostante le sue imperfezioni, le assurde impennate del plot, l'entrata e l'uscita di personaggi strambi (pensiamo alla gag sospesa del figlio illeggitimo vestito in maschera). Don Pedro si delizia attraverso citazioni, omaggi, anche stavolta in una pregevole cornice europea. Certo quel cinema scanzonato fatto di provocazioni ingenue, inselvaggito dalla rabbia giovane, sembra essersi eclissato. Poesia e realtà si mescolano e si lasciano attraversare dalle anomalie della carne, dalla legge del desiderio infranta da un poco credibile accumulo di tragedie familiari, al quale bisogna credere per esigenze puramente cinematografiche. Nei panni di un dottor Frankenstein apparecchiato come in un Bond movie, Antonio Banderas conferma ancora una volta la garanzia del suo sodalizio con il mentore. La bellissima Elena Anaya, corpo in prestito per una trasformazione non voluta, regala alla creatura in trappola occhi da cerbiatto ferito. Marisa Paredes, matriarca saggia e consapevole, impugna il revolver. Stavolta Almodòvar, senza saperlo, incrocia alcune teorie del primo cinema di Cronenberg. Ed è un materialismo che può non piacere, ma non deludere.
Uci Cinemas, Molfetta - 24 Settembre 2011 |